
Antonio Marcegaglia
CEO |
3,5 miliardi di
euro. E’ il fatturato del gruppo Marcegaglia
nel 2006
+ 15% la crescita annua composta degli ultimi anni
del gruppo Marcegaglia
310 milioni di euro. E’ il margine operativo
lordo del gruppo Marcegaglia nel 2006
1 miliardo di euro. Gli investimenti previsti per
i prossimi quattro anni
4,5 milioni di tonnellate di acciaio trasformate
da Marcegaglia ogni anno Vanno controcorrente. Mentre alcune delle famiglie imprenditoria note hanno
avviato significativi processi di diversificazione - vedi Benetton, ma anche
i Del Vecchio, per citare i più eclatanti degli ultimi anni - i Marcegaglia
fanno semmai il contrario
Si concentrano ancora
di più sul loro core business, l’acciaio.
Ma anche sul turismo che con il tempo è cresciuto
fino ad assumere un peso non marginale anche se,
naturalmente, non paragonabile con l’acciaio. |
Le attività restanti
sono disponibili a “valorizzarle”, parola
che significa che sono aperti a trovare dei partner
o a passare la mano a chi possa garantirne lo sviluppo
per non distogliere attenzione alle loro attività prevalenti.
I motivi che sono alla base di questa scelta sono essenzialmente
due: la cultura fortemente industriale della famiglia
Marcegaglia e la trasformazione vissuta negli ultimi
cinque – sei anni dal mercato dell’acciaio,
il cui baricentro oggi non è più nell’Europa
e negli Stati Uniti ma in India, in Cina, in Russia,
in Brasile.
A spiegare le strategie del gruppo Marcegaglia è Antonio,
che con la sorella Emma divide la responsabilità della
gestione, sotto la guida del fondatore Steno Marcegaglia. “Ma
non si deve dimenticare mia madre – sottolinea
subito Antonio -, da sempre è la compagna di
vita e di lavoro di mio padre e ancora oggi è regolarmente
coinvolta, il suo apporto è fondamentale”.
Antonio ha 43 anni ed è in azienda da 20, Emma
ne ha 41 e lavora nel gruppo da 18.
Marcegaglia martedì scorso ha ricevuto il premio “Imprenditori
per l’Italia nel mondo” dall’Università Bocconi,
mentre mercoledì ha fatto il suo ingresso tra
le principali multinazionali italiane classificate
da Mediobanca, sotto Buzzi-Unicem e sopra Lucchini.
I conti presi in esame da Mediobanca sono quelli del
2005, quando il fatturato era stato pari a 2,7 miliardi
(dieci anni prima era 1,2). Nel 2006 è già salito
a 3,5 miliardi, raggiungendo l’obiettivo che
era stato fissato per il 2007. “Siamo in anticipo
di un anno sul budget che avevamo fatto a marzo dell’anno
scorso – dice Antonio Marcegaglia -. Allora stimavamo
di arrivare a 4,6 miliardi di euro nel 2010, ma oggi
pensiamo che per quella data supereremo i 5 miliardi
di euro, con un ebitda del 10%. Già nei primi
cinque mesi del 2007 rispetto ad un budget di +28%
siamo a +32% con lo stesso perimetro dell’anno
scorso”.
Telecom e le altre. “Ogni business ha una propria
storia”, risponde Antonio Marcegaglia quando
gli si chiede dei processi di diversificazione avviati
da altre famiglie imprenditoriali. “Per quanto
ci riguarda – spiega – abbiamo avuto offerte
di partecipazioni importanti in banche e società finanziarie
che, con il senno del poi, si sono rivelate ottime
opportunità. Ma abbiamo scelto di concentrare
le nostre risorse sull’industria. Forse siamo
imprenditori un po’ peculiari, ma a importanti
operazioni cui ci hanno chiesto di partecipare abbiamo
sempre risposto di no, pensiamo di mantenere la nostra
vocazione industriale”.
Trasformazioni. Il mercato dell’acciaio ha vissuto
in questi anni quello che Antonio Marcegaglia definisce “uno
stravolgimento”. Nel 2000 la crisi (solo negli
Stati Uniti nel 2001 ci sono stati 34 fallimenti importanti),
mentre oggi “il consumo di acciaio vive una nuova
giovinezza, è un periodo di grande crescita
paragonabile a quello del dopo guerra”. Il baricentro
del mercato, però, si è trasferito a
Est, sono esplosi fenomeni come l’indiana Mittal,
sono emersi i russi e i brasiliani e i cinesi. “l’Europa – dice
Antonio Marcegaglia – ha un po’ dormito.
Per esempio, tutta la fascia dei paesi dell’Est
a maggior consumo di acciaio è oggi appannaggio
di Mittal”.
Core business. Ma è proprio questa trasformazione
a dettare le strategie di Marcegaglia. “Oggi
il nostro gruppo ha quattro obiettivi strategici – spiega
l’amministratore delegato -. Il primo è rafforzare
l’approvvigionamento strutturato: recentemente
abbiamo iniziato a stringere accordi di lungo termine,
due sono stati siglati, un terzo è vicino”.
Mai avuto offerte per acquistare le quote della Marcegaglia? “Nell’ambito
delle trattative per assicurarci l’approvvigionamento – risponde – in
un paio di casi ci è stato chiesto di entrare
nel nostro capitale, ma abbiamo risposto di no. Non
siamo in vendita”.
Il secondo obiettivo strategico del gruppo “è focalizzarci
sul nostro core business. Questo significa che non
smetteremo di sviluppare gli altri business ma che
se si presenteranno occasioni di dismissione – per
esempio per le energie rinnovabili che oggi sono molto
richieste – potremmo decidere di coglierle. Ma
non è una cosa che succede domani mattina. Terzo:
vogliamo aumentare la presenza internazionale. Quarto:
sviluppare il piano di investimenti: nei prossimi quattro
anni investiremo 1 miliardo di euro, pari al nostro
cash flow. Di questo miliardo, i 2/3 sono destinati
all’Italia, la parte restante a due progetti
in Brasile e in Polonia che sono appena partiti”.
La famiglia. Quella dei Marcegaglia è una famiglia-famiglia:
tutti e quattro, e solo loro, nel consiglio di amministrazione
del gruppo siderurgico, tutti e quattro amministratori
delegati (Steno è anche presidente) e con il
capitale già passato, in parti uguali, dai genitori
ai figli in nuda proprietà. “E’ un
passaggio che risale ad almeno 15 anni fa – dice
Antonio -, ci abbiamo pensato per tempo. D’altra
parte, ci consideriamo non la seconda generazione ma
la “prima-bis”. Credo che questa unità della
nostra famiglia sia una peculiarità importante
del gruppo”. Non esistono patti formalizzati
sulla successione, non ci sono progetti di cambiare
la governance, così come continua a non essere
di interesse una quotazione. “Perché sì,
la Borsa? Da quando l’azienda è nata,
48 anni fa, si autofinanzia, abbiamo sempre reinvestito
tutto il cash flow invece di distribuire dividendi… Non
abbiamo necessità finanziarie né divergenze
in famiglia”.
Il ruolo di Emma. “Lavoriamo insieme e condividiamo
la responsabilità. L’unica differenza è che
io sono un po’ più in azienda perché Emma
ha questo importante ruolo all’esterno che è il
suo impegno con Confindustria”. Ne assumerà il
comando? “Stimo molto Emma per quello che ha
fatto in azienda e in Confindustria. Ma a decidere
saranno tutti gli imprenditori”.
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Corriere
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