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Indagine antidumping UE sui piani acciaio

Intervista di Davide Lorenzini (Siderweb) ad Antonio Marcegaglia - Presidente e CEO dell’omonimo gruppo italiano e global player nella trasformazione dell’acciaio. Discrepanza tra capacità produttiva apparente e capacità produttiva reale “Prima di entrare nel merito del provvedimento, vorrei contestualizzarlo nello scenario di fondo in cui si inserisce – spiega Antonio Marcegaglia -. Ho già dichiarato in altre occasioni che la mia fotografia sulla capacità europea nelle produzioni di piani è un po’ diversa da quella che comunemente viene diffusa. Alla luce dei processi di ottimizzazione ed efficientamento delle produzioni avviate da tutti i produttori negli ultimi anni ritengo che al momento la capacità produttiva reale dei produttori europei sia di gran lunga inferiore alla capacità produttiva dichiarata sulla carta, alla quale, peraltro, difficilmente si tornerà. Un esempio chiaro a tutti è quello di Ilva: sulla carta, la capacità produttiva è di otto/nove milioni di tonnellate di acciaio, ma ne produce attualmente poco più di cinque. Un altro è quello di Tata Steel che, sebbene non ancora chiusa, riflette il proprio rallentamento nelle statistiche produttive inglesi. Dal momento che lo scopo principale della riduzione della capacità produttiva, crisi aziendali a parte, era il raggiungimento di una maggiore efficienza produttiva ritengo difficile che si tornerà ad aprire gli impianti chiusi negli ultimi mesi con fatica. Se a questo aggiungiamo anche alcuni investimenti in termini di verticalizzazione, come nuove linee di zincatura che alimentano l’autoconsumo, la disponibilità di materiale per player e commercianti non integrati non è certo eccessiva. A tale proposito ritengo che vi sia un’immagine distorta delle reali dinamiche del mercato da parte delle autorità europee”.   Importare per garantire la continuità operativa “Il fabbisogno di un’azienda come Marcegaglia – continua il Presidente – si aggira attorno ai 4,5 milioni di tonnellate di acciaio in Europa e vi assicuro che non sono facili da trovare nella condizione attuale. Pertanto aziende come la nostra sono costrette a rivolgersi all’estero. Siamo senza dubbio il più grande importatore di piani acciaio in Italia, con una percentuale indicativamente attorno al 60% delle importazioni totali, pari ad un 30% del totale europeo. Percentuali sufficienti a far comprendere la nostra apprensione per l’indagine UE in apertura. Ci siamo sempre rivolti ai produttori europei: i rapporti con Ilva, ArcelorMittal, Us Steel, Valsider e Arvedi sono consolidati da anni, ma allo stato attuale questi operatori non sono in grado di soddisfare i nostri fabbisogni e non solo per questioni di prezzo. Abbiamo il dovere di garantire alla nostre aziende la continuità operativa. Fatta eccezione per la Cina, operatori russi e iraniani e ucraini da anni  mostrano comportamenti disciplinati. Circa i piani delle acciaierie di Mosca e di Teheran, inoltre, la disponibilità di materiale all’export sta progressivamente diminuendo, in virtù della forte espansione che stanno avendo i consumi interni. È pertanto difficile vederlo ancora come una minaccia. Un ulteriore problema è rappresentato dai dazi: se fossero varati e confermati, i più penalizzati sarebbero i commercianti e trasformatori indipendenti, creando invece un chiaro vantaggio ai soggetti integrati con le acciaierie. Questo fenomeno rappresenterebbe un’ulteriore distorsione di mercato”. Promossa un’azione collettiva “Abbiamo deciso di essere tra i promotori di questa iniziativa per la creazione di un consorzio di aziende, condotta operativamente dallo studio legale Van Bael & Bellis di Bruxelles, e che ha già raccolto un buon numero di adesioni, ma ci aspettiamo che possano crescere ancora – prosegue Antonio Marcegaglia. C’è bisogno che anche realtà, magari meno strutturate in termini di capacità, facciano sentire la loro voce attraverso questo strumento. Sull’operatività quotidiana al momento gli effetti sono stati ancora limitati, ma già nel quarto trimestre si potrebbe entrare nel raggio d’azione di un’eventuale retroattività dei dazi. Qualche effetto legato all’emotività e all’incertezza lo stiamo già vedendo a luglio: i clienti sono cauti all’acquisto. Tuttavia il fenomeno potrebbe rafforzarsi a settembre con un incremento potenziale dei prezzi nell’ultima parte dell’anno. Infine, l’assenza al momento di indagini antidumping a carico dello zincato – a dispetto di quelle su coils a freddo e a caldo – potrebbe generare un’ulteriore distorsione di mercato”.

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